venerdì 27 luglio 2018

Incontro “molto” ravvicinato con Richard Dreyfuss al Taormina Film Fest




E’ quello che può capitare in una sera d'estate a Taormina quando gli astri depongono idealmente i loro baci sulla costa e le stelle più terrene (quelle hollywoodiane) attraversano incantati i viottoli della Perla dello Jonio, soffermandosi sui riflessi che quei baci proiettano sul mare.
E’ uno di quegli incontri che può avvenire solo al Taormina Film Fest, quel festival ritrovato, miracolato e finalmente restituito al pubblico dopo beghe giudiziarie infinite e la pallida edizione “in house” dello scorso anno. In questo primo anno di fondamentale “ripartenza” concettuale e strutturale della kermesse (è la prima edizione curata interamente da Videobank sotto l’alta egida professionale dei direttori artistici Silvia Bizio e Gianvito Casadonte) sono tornati i film e il concorso, le masterclass (più rilassate rispetto al passato) e la competenza e in ultimo, naturalmente, le star straniere. Vecchie conoscenze che fanno ritorno a teatro (un ironico e sempre piacevolissimo Rupert Everett), maestri indiscussi al centro di memorabili incontri (Terry Gilliam), ospiti-amici che si comportano come cerimonieri di casa (Matthew Modine, splendido su qualsiasi linea, da quella professionale a quella umana) e infine qualche personalità che ancora non era stata ospitata come, appunto, il mitico Richard Dreyfuss, grande protagonista di capolavori spielberghiani (“Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Lo squalo”, “Always-per sempre”) oltre che di un capitolo fondamentale della new wave hollywoodiana degli anni ‘70-’80 (titoli come “American Graffiti”e “Goodbye amore mio!” per quale l’attore ha ricevuto il suo unico premio Oscar di carriera).


Proprio a lui è dedicato l’omaggio illustrato interamente ispirato a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, film segnante della mia vita cinematografica e frammento indispensabile di un personalissimo discorso amoroso con l’arte e la vita (e con l'arte che si intreccia alla vita). Già perché se “E.T.” a 10 anni mi faceva percepire, tra le pieghe di un incontro alieno, tutta la bellezza e l’abnegazione di cui l’amore e l’amicizia erano capaci, con “Incontri ravvicinati del terzo tipo” ho avuto il privilegio - come del resto milioni di spettatori al mondo da 40 anni a questa parte- di vivere l’attesa di un convegno con l’ignoto, fissando una volta fatta di stelle che viravano in luci messianiche e in ultimo di toccare, attraverso il riverbero di quelle luci extraterrestri, una porzione infinitesima di assoluto.  Che si tratti di alieni, di umani rapiti e poi restituiti al loro tempo o della proiezione di un affetto per i cari che non ci sono più, quel film riesce, come un miracolo, a stendere una mano sull’anima di tutti, rendendo quell’abbraccio interstellare simile a un’epifania religiosa sospesa tra il sensoriale-visivo e il musicale-intimista. E riesce a rendere tutto questo non soltanto per il tramite di una sensibilità infantile (quella del regista), ma anche e soprattutto grazie a allo sguardo immacolato e "bambino” del suo fantastico protagonista Richard Dreyfuss. Proprio a quegli occhi faccio cenno nella dedica scritta sul retro del disegno e mai avrei immaginato che quelle parole avrebbero “sollecitato”, dopo l’approccio formale iniziale (gestito da una cordialissima collega giornalista che l’aveva appena intervistato), anche un diverso tipo di incontro.   






A Richard Dreyfuss, per aver guardato il cielo e gli alieni attraverso gli occhi dei bambini di tutto il mondo”. Queste le parole che ho scelto e attraverso le quali ho cercato di sublimare le sensazioni che il film e l'interpretazione del suo protagonista ancora mi procurano dopo infinite visioni.
Lui le legge e le rilegge con lo stesso sguardo blu-cielo del 1977. Sorride, mi ringrazia con entusiasmo e poi si abbassa, con mio stupore, cercando lo spazio per una confidenza privata, distante dal trambusto che ci circonda in quella terrazza d’albergo. Le parole che gli ho scritto -mi dice- gli hanno rievocato il ricordo dei momenti in cui cercava, ben quarant’anni prima, di ottenere la parte proprio per quel film. Voleva assolutamente quel ruolo e pur di convincere un giovane Spielberg a sceglierlo per interpretare Roy Neary - papà di famiglia amante del “Pinocchio” disneyano, figura innocente e tormentata travolta da follia e visioni aliene - non esitò a diffondere per gioco voci simpaticamente diffamatorie sui colleghi più affermati e già in lizza per quella parte. Così Gene Hackman e Al Pacino, racconta,  venivano liquidati da lui nei corridoi come "poco bravi" o addirittura "matti" e neppure Jack Nicholson veniva risparmiato ( “Dissi a Spielberg che non aveva senso dell’umorismo”). Infine arrivò la frase che convinse definitivamente il futuro regista di "Indiana Jones" a sceglierlo: “You need a child!”. Me la riporta con espressione seria fissandomi negli occhi e indicando contestualmente la mia dedica. Dreyfuss sapeva, e Spielberg intimamente anche, che erano necessari gli occhi di un bambino per guardare dentro quelli di un alieno, per restituire cioè quel senso di stupefazione tutto infantile capace di muovere l’adulto lontano dalla sua stessa famiglia e il personaggio di Roy verso quella folle corsa fino al Wyoming e alla Devil's Tower (la montagna-simbolo dell’incontro). Inconsapevolmente devo aver rievocato quella sensazione attraverso l’immagine (in cui gli occhi sono ancora quelli di allora), ma soprattutto attraverso lo scritto, e di questo l'incredibile Richard mi ringrazia vivamente. Ribatto emozionato (in uno stentatissimo inglese anche se miracolosamente ormai ci capiamo) che il dono me l’ha fatto lui in quel preciso momento, condividendo inaspettatamente quel ricordo in uno spazio così caotico. Inutile dire che, personalmente, versavo in uno stato a metà tra l’incredulo e l’apnea da ascolto; raramente era accaduto che un attore omaggiato con un disegno mi dedicasse tanto tempo e in modo così confidenziale e sentito. “Ma che vi siete detti?” azzarda un collega quando finisco con lui. In effetti è più facile scriverlo qui che esprimerlo a voce. Dopo la foto Dreyfuss continua a guardare disegno e dedica, esibisce di sua iniziativa la mia stampa ai fotografi e quindi mi riavvicina ancora. “Questo dono è soltanto tuo, non di nessun altro!” mi rammenta riferendosi al disegno. E infine “Non bisogna avere paura del cielo” indicandomi proprio la volta celeste sopra Taormina e il mistero ancora racchiuso al di là dello spazio visibile. Chissà se da lassù i "grigi" benevoli del film stavano veramente fissando tutta la scena, magari intonando le cinque note storiche (di John Williams) che suggellarono quarant'anni fa quella toccante solidarietà fra umani e alieni. Io lo ringrazio ancora e gli stringo la mano, sentendomi un po’ io quell’alieno, piombato sulla Terra(zza) di Taormina con pochissime speranze d'incontro e poi sorpreso nel trovarvi un’accoglienza così inaspettata.
Idealmente, attraverso l’unico linguaggio che vorrei sempre usare (quello del disegno), ho unito il bambino Dreyfuss al me bambino che sogna ancora di contemplare dal vero quell’epifania di luci, colori e mistero. Concedetemi di incastonare questo po’ di altisonante poesia nel cielo. Perché stavolta e per qualche minuto in più il cinema è voluto davvero venire da me. Ed è stato impossibile accoglierlo senza commozione. Grazie Richard!  


Testo e disegno di Andrea Lupo  
     
  

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