lunedì 28 giugno 2021

Calcio, Diritti Lgbt e DDL Zan. L'amara storia di Justin Fashanu

 


 
Che siate appassionati di calcio o meno, prendetevi qualche minuto per leggere l’amara storia di Justin Soni Fashanu. Stella del calcio britannico che nel 1979 iniziò la sua carriera in gloria, brillando coi colori verde-gialli del Norwich City, per poi concluderla suicida in un garage abbandonato nel 1998. Suoi “compagni di squadra” in quel momento tragico il cavo elettrico necessario allo scopo e un biglietto in cui si discolpava dalle accuse (in seguito smontate) di aver fatto sesso (consensuale, come fu acclarato) con un ragazzo che intendeva per lo più ricattarlo. “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace infine” concluse il giocatore nelle due scarne e dolenti righe d’addio. Sì perché Justin Fashanu era omosessuale. Non certo il primo o unico calciatore gay della storia ma il primo che scelse di rivelarlo pubblicamente, mettendosi in gioco nella partita più difficile di quell’ ipocrita campionato morale che si disputa fra individuo e società. Il coming out maturò anni dopo (nel 1990 per la precisione), fra rabbia (impossibilità di essere se stesso nella puritana Inghilterra dei primi anni ‘80) e frustrazione (l’essere marginalizzato durante gli allenamenti), complice un deflagrato rapporto professionale col coach del Notthingam Forest che, da conservatore qual era, non tollerava le frequentazioni di Justin e ne stigmatizzava davanti agli altri compagni le preferenze sessuali. Pur di riconquistarne la fiducia nel 1981 Fashanu si presta perfino a una tragica farsa: si presenta in campo con una fidanzata di comodo allo scopo di "riabilitarsi" davanti ad allenatore e compagni di squadra. Amara conclusione di un processo di “normalizzazione” avviato dal giocatore con l’aiuto di un consulente religioso. Viene cacciato da due poliziotti. Da quel momento in poi il “giocattolo” esotico da un milione di sterline (questo il suo cachet del 1981) si rompe e Fashanu si limita a sopravvivere -non più a brillare- sul campo verde che più amava, alternando ingaggi brevi, allenamenti e una resa di gioco modesta e alterna. Il coming out del 1990 viene “illuminato” dalle luci del “Sun” che ne ospita l’intervista ufficiale (e gli regala per un po’ l’illusione di aver squarciato il velo dell’ipocrisia nel mondo sportivo), ma viene ottenebrato da pesanti abbandoni familiari, come quello del fratello John e di tutti i fratelli della comunità nera. Da lì in poi sarà caduta senza possibilità di risalita. Campionati mal giocati fra cori razzisti e banane lanciate sul campo, il calcio sostituito dal gossip e infine gli incontri occasionali nei club, uno stupido ricatto sessuale e la decisione di farla finita per non incorrere nell’ulteriore umiliazione di un processo che era, comunque, “nato morto” (il ricattatore ammise la consensualità del rapporto e gli investigatori non sapevano che prove dover cercare). Questa la tragica storia di una promessa che non potè farsi campione e di un uomo che non potè essere se stesso se non al prezzo di una vita. Fashanu è stato riabilitato nel 2020 grazie alla legge che porta il nome di un’altra vittima eccellente di discriminazione (la “Alan Turing Law”, dal nome dell'omosessuale grazie al quale oggi tanti vomitano selfie e sentenze sui loro processori) e quindi inserito nella “Hall of Fame” del calcio inglese, anche se la notizia, a causa della pandemia, almeno in Italia, è passata abbastanza inosservata. La lettura della sua biografia non chiede nuove lacrime di coccodrillo ma giusto una considerazione finale. Con un piccolo raffronto fra realtà. Perché nel paese che ha “determinato” la caduta di Fashanu, il regolamento della Premier Legue ha stabilito una punizione fino a 19 settimane di squalifica per chi urla “negro”, “frocio” o “finocchio” in campo. Nello stesso anno (2016) di questa civile revisione inglese in Italia si assiste invece a un imbarazzante teatrino calcistico-verbale in cui l’allenatore del Napoli prima dà del “frocio" e del "finocchio” al collega dell’Inter e poi si giustifica con un maldestro “ho detto la prima offesa che mi veniva in mente", rincarando infine con un sublime "avrei potuto dargli anche del democristiano!”. Rileggete la prima parte della sua frase e avrete una delle (tante) ragioni per cui il DDL Zan in questo paese non è solo necessario ma quando nascerà (si spera presto) sarà perfino già “preistorico”. Perché se bisogna affidarsi ancora a un provvedimento del Governo per stabilire i confini di ciò che va considerato o meno “offesa” (l’allenatore in questione evidentemente aveva le idee confuse), figuriamoci per quelli di un’aggravante di reato assurdamente tenuta fuori dal codice penale. C’è da scrivere una nuova pagina di giusnaturalismo autentico in questo paese stanco, annodato in un moralismo sterile, fiero della propria tracotanza e delle sue veline verbali e violente contro le vite degli altri. C'è ed è urgente. Non fosse altro che per lo spettacolo di vedere due allenatori insultarsi soltanto a colpi di “ideologie" politiche.
Nel frattempo, quando in questi giorni (e nei campionati futuri) guarderete le partite, non fermatevi agli stadi illuminati o meno dai colori arcobaleno ma ricordate chi era Justin Fashanu, per cosa ha vissuto e del motivo per cui avete letto questo post fino alla fine.
 
Testo e disegno di Andrea Lupo 

mercoledì 17 febbraio 2021

IL GOVERNO DRAGHI TRA "SPERANZA", INCOGNITE E COMPROMESSI- una vignetta

 

Vignetta di ANDREA LUPO                                                              TUTTI I DIRITTI RISERVATI

venerdì 5 febbraio 2021

Sant'Agata 2021. Una festa senza la festa.

 

SANT'AGATA 2021. 

Una festa senza la festa. Fuochi d'artificio senza polvere da sparo e i devoti sempre "devoti tutti" ma senza l'urlo nelle strade e i calli nelle mani. Ed è giusto così. Quest'anno non saranno i catanesi a contemplare la Santa in mezzo alla città ma sarà lei a guardare tutti noi dalla cattedrale. Giudicandoci se necessario. A Catania una buona festa, anche senza la sua festa.


 Disegno di Andrea Lupo.  Tutti i diritti riservati.


 

venerdì 15 maggio 2020

Addio a Louis Sepulveda




Questo disegno per Louis Sepulveda realizzato frettolosamente dopo la sua morte fa non è fra quelli che mi soddisfano. E' imperfetto, stilisticamente indeciso e anche poco somigliante. Tuttavia lo pubblico ugualmente per rendere omaggio non solo all'artista ma soprattutto per restituire all'arte -e agli artisti- quel senso che molti non le riconoscono più in tempi così difficili. Perchè se, come in un ipotetico film di fantascienza, dovessimo abbandonare la terra per colonizzare un nuovo pianeta dovremmo scegliere di portare con noi le categorie più importanti, iniziando ovviamente da medici, ingegneri, scienziati, fabbri, muratori, cuochi, sarti, insegnanti, da tutti coloro insomma che incarnano quell' ideale lavorativo necessario, utile e concretamente spendibile. Gli artisti quell'Arca di Noè sarebbero probabilmente gli ultimi a varcarla. Perchè la musica è archiviabile, libri e film comprimibili e tutta l'arte visuale che conta per molti è stata già creata. L'arte non cura dai mali, non soddisfa la fame, non costruisce edifici e non studia (o insegna agli altri) il mondo intorno. In sintesi “non” sarebbe lavoro. Perché l'arte non chiede nessuna giustificazione all'infuori del suo semplice esistere, anche se per esistere ha bisogno di essere considerata lavoro. E' però lavoro "non necessario", che non può richiedere la "blauschein", la carta blu che i nazisti attribuivano ai mestieri indispensabili per l’economia del Terzo Reich. Ma se da alcuni non è ritenuta necessaria l'arte resta comunque "lavoro" perchè espressione dell'anima al lavoro, di un cuore in tumulto e di una coscienza cui è concesso di andare oltre la meccanica di tutti gli altri mestieri per afferrare la verità celata tra gli ingranaggi. E' spiritus, immateriale ispirazione che congiunge l’invisibile e gli invisibili. E ogni suo prodotto ed elaborato, ogni bozza "sbozzata", nota, tratto e strofa non conclusi sono capitoli incompleti di quel romanzo dal finale aperto che è l'umanità. Questo post è dedicato agli artisti che scrivono questi capitoli nel chiuso delle stanze, che creano emozioni sui set fisici ma recitano e danzano nei teatri del loro cuore; agli attori che non possono calcare le scene e ai musicisti che non sudano più dentro il golfo mistico. Agli scrittori e ai pittori alle prese coi loro diari della quarantena. A tutti quei “creatori” ai quali ci rivolgiamo quando tutti gli altri mestieri non ci sono più di conforto. E’ un post per gli artisti e per l’arte, per chi la fa e la diffonde nei luoghi fisici, per chi stacca i biglietti e assicura i posti perché crede sempre che l’esperienza non sia archiviabile e l’emozione non comprimibile. A tutti quei lavoratori che vivono grazie ad altri lavoratori e di cui al momento ci si è dimenticati. Perchè non è il “prodotto” a “far” semplicemente l’arte, ma è l’esperienza che ci ha condotti ad essa a renderla viva. E per quell’esperienza occorrono altri lavoratori. Che non bisogna dimenticare. Auguri a tutti quei lavoratori invisibili che però sono ancora tanto “necessari”. E un ciao ancora a te Louis…

Testo e disegno di Andrea Lupo 


venerdì 10 aprile 2020

Agnello di Dio, una lettera per te


Una lettera insolita, ironica e tragica per questi giorni difficili.





Agnello di Dio che, da circa duemila anni, togli i peccati del mondo, si vede che ultimamente non hai molta pietà di noi.
E ne hai pure tutte le ragioni direi.
Per carità non sto qui ad elencartele solo perché devo giustificare un disegno (fatto per vanità lo ammetto) ma piuttosto perché, se mi metto nei tuoi panni e fingo per qualche ora di essere il CEO della nominata “Regno-di-Dio Spa”, quotata società per azioni (ma anche per opere e omissioni) che secoli fa aveva puntato tutto sull’uomo per la sua produzione in serie di bontà, la voglia di dimettermi verrebbe subito anche a me.
Già perché questo mammifero raziocinante (capace di cose bellissime certo ma anche di altrettanti assurdi contrari) per qualche motivo si sente ancora il centro unico del “creato” invece che una delle tante particelle vitali del cosmo (parola bellissima, significa “ordine” ma tu lo sai già). Pensando dunque (ma lo faceva ben prima di duemila anni fa) che quel creato sia sempre stato lì al suo servizio e non invece il contrario, l'uomo ha piegato le grandi ragioni del mondo alle sue insignificanti ragioni-formichine, modificandolo fisicamente, mercificandone l'essenza e catalogandone pure i popoli. Serie A e serie B dappertutto. In pratica è diventato amministratore delegato al posto dell’agnello senza neppure passare il voto del gran consiglio degli apostoli. Da allora insomma fa un po’ come gli pare e piace o delega il da fare-e-piace a chi comanda, specialmente a quelli che, sbraitando, gli spiegano come funziona il mondo in dodici mosse, tre hashtag  e due tweet (tempo di lettura 6 secondi).

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, se non hai più molta pietà di noi sarà per le ragioni di cui sopra e magari anche per altro. Dato che rimani in silenzio anche in giorni così difficili qualcuna di queste, col tuo permesso, vorrei aggiungerla io. Perché se siamo veramente fatti a tua immagine, da circa duemila anni come ci ricordano sempre, ci sono un paio di cose da sapere (no tu le sai già, scusa) sulle strane fotocopie che ne sono venute fuori.
Certo hai fatto dei bravi fedeli, esseri umani magnifici che neppure si sentono ma che fanno più rumore dentro le esistenze di chi ha la fortuna di incontrarli. Hai reso fedeli anche molti uomini retti, che retti magari lo erano pure prima in forza di una legge naturalistica che gli impediva di essere eccessivamente stronzi col prossimo. Poi però la macchinetta ha iniziato a buttare giù a ritmo incessante risme e risme di credenti-comparse. E qui, consentimi, qualcosa deve essersi inceppato. Perché le lavanderie, sia quelle al fiume o quelle a gettoni, c’erano già, dunque non si capisce perché queste fotocopie incontrollate dovessero recarsi tutte in chiesa con le ceste colme di panni zozzi da farsi lavare a suon di sermoni. Non sarebbe stato meglio suggerir loro di restare al fiume a lavare i loro panni e magari altruisticamente anche i panni degli altri?
Hai fatto poi di alcuni fedeli degli insoliti martiri che semplicisticamente dividerei in due categorie; i martirizzati dalla vita e dalla casualità e che nonostante tutto continuano a crederti, e martiri che non ce l’hanno fatta a reggere il peso delle tragedie (piccole o grandi) e hanno preferito smettere di crederti. Non hanno colpa di un simile abbandono; questa semmai è imputabile a chi gli ha fatto credere nella sola fede a gettone, efficace e puntuale come una lavanderia. Spesso sono pure i più soli lo sai? Sì lo so che lo sai.
Infine ci sono quelli che pur non essendo stati martiri ma giusto un po’ mediamente sfigati (sarebbe la vita ma vabbè) si sono accontentati della tua biografia per convincersi che non crederti o non frequentarti sarebbe stato comunque un bel risparmio di tempo (specialmente la domenica). Fanno idealmente loro questa altisonante citazione tratta da un film che sicuramente avrai visto (perché tu li hai visti tutti): “E già che ci sono ci metto pure Gesù Cristo. Se l’è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all’inferno e poi gli alleluja per il resto dell’Eternità”. Vista così in effetti sembra convincente. 
Infine ci sono gli agnostici che io chiamo atei senza un’ossessione specifica da coltivare. Lo so è riduttivo ma piace anche a me mettere etichette sulle fotocopie. Alcuni non sarebbero male come cristiani lo sai? Sì lo so che lo sai. 


Agnello di Dio, dopo le prime due prometto che questa è l’ultima e che oltre non andrò (anche perché nel tuo refrain ci sono solo tre strofe). Siccome non hai pietà di noi allora dona a noi la pace. Eh già, sì, la pace. Si vede quanta ne bramiamo quotidianamente. Siamo talmente uomini di pace (non mi chiamo fuori neppure io che ammetto di essere un po' iracondo) che pace e silenzio li usiamo per giustificare il nostro essere blandamente inattivi. Spiegaglielo a chi la invoca oggi che per far arrivare i tuoi stessi seguaci a quel concetto hai dovuto battagliare coi potenti e sorbirti pure un ipotetico schiaffo sull'altra guancia. Insegna cioè che la pace richiede non solo "lotta" ma anche pazienza e rinuncia, un esercizio sull'auto- controllo che ha più dell'eroico che del "pacioso". Il concetto di pace però ce lo siamo cucito lo stesso addosso come un confortevole abito borghese fatto con la maglia del “tanto non cambia niente” e le braghe del “se invadi la mia vita (il mio pensare, il mio credere, il mio non-so-che-cosa ma tanto è mio) te ne faccio pentire”. 
Scusami Agnello di Dio se apro così tante parentesi e ti faccio innervosire mentre leggi ma il problema è che il mondo quaggiù, nel basso dei cieli, vive e vivacchia di e fra parentesi. E sono talmente tante e spesso così fittamente intrecciate fra loro che vanno a perdersi in una trama senza senso. Il punto-croce (scusami) è che non siamo fatti per la pace, perché la pace implica rinuncia all’egocentrismo innanzitutto. E se la  invochiamo, come fanno alcune delle tue fotocopie più brutte, brandendo i rosari come fossero berette dichiariamo guerra alla pace. In nome dell’egocentrismo.
Agnello di Dio qui non ti si chiede nessun dono di pace. E non perché i martiri di questo tempo (come di ogni tempo) non la meritino ma perché la fede non funziona come una lavanderia a gettoni né come la lampada di un impalpabile genio delle favole. Il dono autentico è che l’uomo comprenda da solo di non essere più il centro di tutto e torni a ragionare come parte del cosmo, responsabile del suo ordine. La vita dopo ogni terremoto dovrebbe ripartire da lì. Altrimenti le morti, recenti e passate, saranno state solo biologia e le tragedie non avranno insegnato nulla.
Agnello di Dio se esisti, come si dice da duemila anni, riprendi in mano la società, rendi l'uomo la migliore fotocopia di se stesso. Che la pace vera poi la troverà da solo senza aspettare cha scenda dall'alto. 
Ah, Buona Pasqua anche a te.


Testo e disegno di Andrea Lupo. Tutti i diritti riservati.